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Class action anche in Italia

In vigore dal primo gennaio del 2010 il nuovo strumento cui possono appellarsi i consumatori, sostituendo l'iniziativa privata al controllo pubblico.


I consumatori, riuniti in un organismo associativo e non personalmente, possono ora, anche in Italia, così come accade in altri ordinamenti giuridici europei oltre che in U.S.A., dal primo gennaio del nuovo anno, proporre una class action (azione collettiva) contro ritardi, disagi, inadempimenti contrattuali, prodotti difettosi ecc. al fine di ottenere l’accertamento del diritto al risarcimento del danno subito o la restituzione di somme. In particolare l’azione potrà essere proposta, quando sono lesi i diritti di una pluralità di consumatori: - nell’ambito di contratti conclusi mediante moduli e formulari; - in conseguenza di atti illeciti extracontrattuali; - in conseguenza di pratiche commerciali scorrette; - in conseguenza di comportamenti anticoncorrenziali. L’organismo associativo potrà dunque depositare, tramite avvocato, una richiesta collettiva di risarcimento presso il Tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa convenuta. E aspettare che altre persone, senza patrocinio di avvocato,  aggiungano il proprio nome nell’apposito elenco, mediante comunicazione scritta di adesione all’azione collettiva, trovandosi nelle stesse condizioni degli originari depositanti. In caso di vittoria il risarcimento del danno va a tutti i danneggiati che hanno partecipato alla causa collettiva. La procedura prevede peraltro il vaglio preliminare del Giudice competente: deve trattarsi di una causa che effettivamente presenta elementi di serialità e che quindi consente di deflazionare il pesante contenzioso civile pendente presso i Tribunali Italiani; inoltre deve essere fondata la possibilità di accoglimento della stessa e deve sussistere un’omogeneità sostanziale delle pretese vantate. Solo se il Giudice adito ammette la domanda gli altri consumatori potranno aderire alla stessa. L’azione, se accolta, sfocia in una sentenza di accertamento del diritto, con la quale il Giudice determina i criteri in base ai quali liquidare la somma da corrispondere o da restituire ai singoli consumatori o utenti che hanno aderito all’azione collettiva e, se possibile, anche la somma minima da corrispondere a ciascuno di essi; entro sessanta giorni dalla notificazione della stessa l’impresa convenuta avrà la possibilità di proporre il pagamento di una somma a ciascun avente diritto, con atto sottoscritto depositato nella Cancelleria del Tribunale adito; se la proposta viene accettata dal consumatore o utente diviene esecutiva. In difetto di proposta da parte dell’impresa convenuta o di accettazione da parte del consumatore, il Presidente del Tribunale adito, in camera di conciliazione, determina in forma esecutiva le somme da corrispondere agli intervenuti nell’azione collettiva. La camera di conciliazione è composta da tre avvocati, nominati rispettivamente dai soggetti che hanno proposto l’azione collettiva, dall’impresa convenuta, dal Presidente del Tribunale che ha emesso la sentenza. Va segnalato che la nuova procedura non potrà essere utilizzata per comportamenti dannosi antecedenti al 16 agosto 2009, cosicché restano purtroppo escluse tout court le vittime dei famosi crack finanziari Cirio e Parmalat. Sedici le associazioni già iscritte nel’apposito registro presso il Ministero dello Sviluppo Economico.  Il Codacons ha già annunciato di aver depositato i primi ricorsi contro Unicredit Banca e Intesa San Paolo spa per i costi troppo alti delle commissioni sui conti correnti. Mentre è stato annunciata da parte dell’Airolb (associazione nata spontaneamente su internet)  l’imminente presentazione di un’azione collettiva contro il Consorzio Patti Chiari (costituito da 167 banche italiane) e varie agenzie di rating con riguardo al recente crack Lehman, per le inesatte informazioni fornite. Infatti, in particolare, sino al giorno successivo al default della Lehman Patti Chiari includeva in un elenco di bond definiti a basso rischio i titoli della predetta Lehman. Tale circostanza potrebbe avere indotto i risparmiatori, nei giorni antecedenti al default, a comprare tali titoli o a non vendere gli stessi. Una preventiva azione conciliativa proposta nei confronti dell’A.B.I. (Associazione Bancaria Italiana) è rimasta infatti senza esito positivo. Al momento la procedura non è ancora ammissibile nei confronti della Pubblica Amministrazione e dei Concessionari di pubblici servizi, ma tale limitazione dovrebbe essere rimossa entro l’anno. L’azione sarà proponibile di fronte al giudice amministrativo nei casi di violazione degli standard qualitativi ed economici previsti dalle carte dei servizi o di altri obblighi di vigilanza, sanzionatori, di emanazione di atti amministrativi generali. In ogni caso per le azioni aperte nei confronti della Pubblica Amministrazione in caso di vittoria non sono previsti risarcimenti in denaro, ma solo un provvedimento del Giudice volto a rimuovere entro un termine congruo le disfunzioni accertate ed eventuali sanzioni nei confronti degli Uffici inefficienti. In conclusione può dirsi quindi che l’Italia ha detto si alla Class Action, ma senza eccessi. Anche a causa delle tante critiche fatte al progetto prima della sua approvazione definitiva, la filosofia della legge è stata quella di non penalizzare troppo le imprese senza però comprimere in maniera decisa le modalità di tutela degli interessi diffusi dei consumatori. Resta fermo comunque che non c’è spazio per forme di aggregazione spontanea concentrate su un’unica azione giudiziaria, così come avviene in U.S.A., anche per casi divenuti famosi. In ogni caso resta il rischio che la macchina processuale italiana, già ingolfata, subisca un ulteriore tracollo per le numerose proposte di azione collettiva che potrebbe abbattersi sui Tribunali Italiani. Ciò che preoccupa sono le numerose incertezze interpretative della legge ed il fatto che non siano state approntate le strutture in grado di soddisfare la “sete” di giustizia che il nuovo strumento potrebbe stimolare. Le associazioni dei consumatori hanno annunciato infatti l’imminente avvio di ben altre ventiquattro cause, che prendono spunto dai casi più disparati, con il rischio di vedere minata la credibilità di chi tutela i consumatori. L’azione collettiva appare poi arma “spuntata” nei confronti della Pubblica Amministrazione e non certo quindi la panacea dei mali che affliggono la burocrazia italiana.

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