INDICATORE SINTETICO DI COSTO annuo: ora è più facile controllare il conto corrente

Conti, costi opzioni ed altre variabili da considerare: arriva il catalogo I.S.C. che permette di verificare dove si spende meno allo sportello e cerca di soddisfare la ricerca di informazioni utili da parte degli utenti.

Con le disposizioni sulla trasparenza delle operazioni bancarie la Banca d’Italia ha reso obbligatorio dal 26 maggio scorso l’indicatore sintetico di costo (I.S.C.) annuo e per i clienti delle Banche italiane il conto corrente è divenuto (un po’ più) trasparente. Questo documento di sintesi, che va consegnato al cliente insieme al contratto di finanziamento, deve consentire una chiara evidenza delle più significative condizioni contrattuali ed economiche. In tale documento è riprodotto lo schema del Foglio Informativo relativo allo specifico tipo di operazione o servizio bancario, con opportuni adattamenti, tramite la trascrizione delle condizioni economiche e le clausole contrattuali pratiche al cliente. Ilo confronto tra prodotti è per il momento possibile solo attraverso i campioni pubblicati dalla stampa specializzata; in seguito, non appena il motore on-line di confronto dei conti correnti risulterà accessibile, si potrà effettuare sul sito web di PattiChiari (il motore è al momento in fase di aggiornamento con i nuovi dati dei Fogli Informativi alla clientela). Il motore on-line di confronto dei conti correnti è infatti alimentato con i dati tratti dalle comunicazioni e dai Fogli Informativi alla clientela della Banche, quelle che hanno partecipato a un’indagine condotta a tappeto su tutto il sistema bancario. In pratica l’I.S.C. è un’unica cifra che rende evidente il costo annuo di ciascun conto corrente in funzione del profilo della clientela che intende utilizzarlo e del tipo di operatività con cui lo si utilizza. Tramite l’I.S.C. è quindi possibile verificare che le spese del conto corrente cambiano in funzione della tipologia e del numero di canali sui quali può essere utilizzato: andare allo sportello è più costoso che regolare da sé, su internet, le proprie transazioni (a proprio rischio) oppure affidarsi ai call center delle banche telefoniche. Infatti i conti on-line “puri” non hanno praticamente alcuna spesa (al netto, naturalmente, dell’imposta di bollo, che costa 34 euro all’anno), mentre le cose cambiano per i conti on-line che rappresentano l’integrazione di corrispondenti conti correnti tradizionali. Il motivo è abbastanza chiaro: le banche non possono “spingere” più di tanto gli sconti on-line perché devono mantenere volumi adeguati agli sportelli in modo da remunerare i costi. Il cliente avrà quindi la possibilità di verificare se il tipo di prodotto che sta utilizzando è adatto o meno alle sue esigenze; cioè se il conto corrente dal medesimo acceso è “tarato” sulle sue esigenze o viceversa sarebbe più adatto ad un cliente con esigenze minori o comunque diverse. Ed in caso di conto non adatto, procedere al cambio di conto corrente, evitando di spendere inutilmente denaro. La Banca d’Italia ha indicato sette tipi di conto corrente, tra i quali vanno segnalati il conto corrente “a pacchetto” ed il conto corrente “a consumo”, adatto per chi, al momento dell’apertura dello stesso, ritiene di svolgere un numero bassissimo di operazioni o non conosce il tipo o il numero di operazioni che svolgerà. L’indicatore sintetico di costo non è però l’unico elemento per valutare la convenienza di un conto corrente. La convenienza cambia infatti a seconda della remunerazione e dei fidi e vanno quindi calcolati gli interessi attivi offerti dalla banca (che seppur ridotti la minimo, ci sono ancora) e gli oneri connessi all’utilizzo di affidamenti concessi dalla Banca stessa. Quindi un conto più costoso rispetto ad un altro potrebbe recuperare appeal in quanto offre qualche frazione di punto in più sugli interessi attivi in favore del cliente. Anche se l’enfasi del risparmiatore in questo momento è incentrata tutta sul taglio dei costi e quindi le banche, messe (almeno in parte) in competizione, si stanno adeguando offrendo prodotti “low cost”. Bisognerebbe quindi cercare di definire con l’aiuto del nuovo indicatore (l’I.S.C. appunto) un rendimento reale, sottraendo i costi dalla remunerazione delle somme in giacenza sul conto corrente. Va infatti considerato che gli interessi non sempre sono attivi per il cliente; l’attenzione sugli oneri non deve far dimenticare le condizioni di prestito, dove spesso (vedi la reintroduzione sotto altra forma della famigerata commissione di massimo scoperto, messa di recente fuori legge) si annidano i maggiori costi di utilizzo. E se gli interessi risultano passivi per l’utente, anche in questo caso il Foglio Informativo deve prevedere un costo di riferimento che servirà al cliente per comparare le offerte nella fase iniziale del rapporto o valutare la convenienza se l’affidamento è già in corso di svolgimento. Anche l’indicatore sintetico di costo va quindi “utilizzato con cura”, traendo esperienza dai tanti episodi di scarsa trasparenza che, nel recente passato, hanno caratterizzato il rapporto intrattenuto con i propri clienti dalle banche italiane. Il più emblematico dei quali è quello, di gran “moda” attualmente, dei contratti derivati. Dopo aver venduto, a pieno ritmo, tali contratti ad ogni tipo di clientela (privati cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni) le banche italiane cercano lentamente, senza far rumore, una via di fuga dagli swap. Aumentano infatti le transazioni “a chiusura” del rapporto con i clienti, a causa delle recenti sentenze, dei costi legati ad un’eventuale soccombenza in giudizio e del possibile (ma ormai forse sicuro) danno reputazionale, e viene ridimensionata l’attività di vendita di tale tipo di prodotto. Incide in tale fenomeno l’esistenza anche di un rischio di condanna penale. E’ infatti già pendente, innanzi al Tribunale di Milano, il processo sui contratti derivati venduti al Comune di Milano, in relazione al quale la Pubblica Accusa procede per truffa aggravata nei confronti di quattro Banche (UBS, DEUTSCHE BANK, JP MORGAN, DEPFA BANK), che avrebbero prodotto una perdita di oltre cento milioni di euro in danno del predetto Ente. Quindi ben venga l’ indicatore sintetico di costo, ma vale la pena ricordare che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio!

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